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Un emigrante con la medaglia d’oro

 

“Per essersi distinto nei fatti d’armi avvenuti in Adriatico nella campagna del 1866”.

Questa la motivazione ufficiale con cui Antonio Sogliuzzo fu insignito della medaglia d’oro.

Nato a Cagliari il 27 aprile 1845 da una famiglia di origini ischitane, fu chiamato alle armi di leva nel 1865. L’anno dopo prese parte alla battaglia di Lissa come marinaio cannoniere sulla nave corazzata “Ancona”. Il 19 luglio, durante l’attacco al Forte San Giorgio sull’isola di Lissa, il giovane fu colpito da una granata avversaria che lo privò della mano destra. Nonostante fosse gravemente ferito, Sogliuzzo non abbandonò il suo posto, finché non fu portato via a forza dai compagni.

Fu riformato nel 1869, dopo che le ferite riportate si erano rimarginate, e tornò ad Ischia, dove si era trasferito ancora bambino e dove, malgrado le mutilazioni, riprese il suo mestiere di pescatore. Data l’esiguità della pensione, che il governo italiano gli aveva assegnato in quanto invalido di guerra, nel 1897 lasciò Ischia per stabilirsi poi a New York. Sua moglie, Silvia Bella, lo raggiunse con il resto della famiglia nel 1907, come si legge nei registri di Ellis Island.

Tornò spesso a Ischia per ritirare il vitalizio assegnatogli. Il suo passaggio a Ellis Island è registrato a cavallo della Grande Guerra, nel 1914 e nel 1919.

Morì nel 1927 a New York. I funerali solenni videro una folta partecipazione di pubblico e la presenza delle autorità cittadine. La stampa italoamericana dedicò all’avvenimento numerosi articoli. A New York, Sogliuzzo era stato nominato Cavaliere dell’Ordine della Corona d’Italia, ricevendo la decorazione nel corso di un’adunanza di veterani di guerra alla presenza del sindaco della città Jimmy Walker.

Lasciò a Ischia la sua medaglia d’oro, donata alla Congrega di S. Maria di Costantinopoli, essendo egli un membro dell’arciconfraternita.

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Viti ischitane in Argentina

In Argentina, intorno alla seconda metà dell’Ottocento, la presenza di emigranti italiani nella regione di Mendoza dà un notevole impulso allo viticoltura, grazie all’introduzione di moderne tecniche di irrigazione che permettono la coltivazione in zone prima aride. Tra gli Italiani che contribuiscono allo sviluppo dell’industria vinicola, c’è un Ischitano, Francesco P. Calise.

Le fortune della sua attività imprenditoriale sono celebrate sulle pagine di una rivista del ’27, “L’Illustrazione italiana”.

Vi leggiamo che il “Sig. Calise, nativo di Forio d’Ischia, la più luminosa delle città del Tirreno, iniziò la sua vita commerciale in Mendoza con l’installazione di un grande deposito di botti e vino”, insieme al fratello Vito.

Nel giro di pochi anni gli stabilimenti enologici dei fratelli ischitani sono tra le prime imprese commerciali della regione. La produzione passa dai 4.000 ettolitri di vino nel 1893 ai 40.000 dell’anno successivo, che diventano 80.000 nel 1910,  con l’acquisto di 3.000 ettari di vigneti.

Innovazione tecnologica e “prontezza d’intuito” sono i segreti di questa inarrestabile crescita. Nel frattempo l’impero economico dei Calise si arricchisce di proprietà immobiliari, splendide residenze, tra Mendoza e Buenos Aires. È un successo commerciale, ma anche mondano, con incarichi di prestigio nelle organizzazioni della nascente industria argentina.

Il vino della Ditta Calise è esportato in Uruguay, Brasile e Stati Uniti. Le botti di vino, abbandonate a Ischia a causa della crittogama, a metà dell’Ottocento, seguono ora nuove vie.

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Ischia, un’isola di contadini e pescatori

Un’isola di contadini e pescatori

È questa l’immagine che contraddistingue la storia dell’emigrazione ischitana rispetto al modello nazionale.

L’esodo di massa che segna il paese nei primi decenni post – unitari coinvolge Ischia in maniera marginale, ma solo perché un esodo locale c’è già stato, negli anni precedenti, a causa della crittogama che ha colpito le viti. E’ allora che i fratelli Calise, come molti altri, si imbarcano per l’Argentina. Portano la loro esperienza di viticultori nella regione di Mendoza, dove realizzano stabilimenti enologici all’avanguardia e fanno fortuna.

Negli anni successivi, altri Ischitani partono per gli Stati Uniti, anche pescatori, come Antonio Sogliuzzo, che lascia a casa la medaglia d’oro ricevuta per l’eroismo di cui ha dato prova nella battaglia di Lissa. Altri ancora si spingono fin sulle coste del Pacifico, come i Di Meglio e i Carrese.

E’ ancora la comparsa di una malattia della vite, la filossera, la causa dello straordinario incremento delle partenze intorno agli anni Trenta, in un periodo che registra invece un calo degli espatri in tutto il paese. Le Americhe sono la direzione privilegiata, e la California in particolare, dopo che la migrazione dei pescatori ischitani ha assunto a San Pedro una dimensione stanziale definitiva.

La cittadina della California e Mar del Plata, in Argentina, sono le “enclavi” più note sull’atlante ischitano delle migrazioni, che vede la presenza dei pescatori anche lungo le coste francesi e africane, persino sul Mar Rosso e sulla costa di Haifa, dove nel secondo dopoguerra alcuni di loro si recano per insegnare l’arte della pesca, su commissione del neonato stato di Israele.

Le particolari strutture economiche dell’isola non possono, da sole, esaurire le ragioni del fenomeno migratorio. L’eccezionale mobilità degli Ischitani, nel corso della storia, si deve a un atteggiamento di apertura verso il mondo, verso il nuovo.

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L’Arte a bordo – Vincenzo Colucci

 

A partire dai primi anni Venti, il transatlantico diventa una vera e propria città galleggiante, ambasciatrice dell’Italia nel mondo. Sulle navi trionfa l’eclettismo decorativo: gli ambienti, firmati da studi famosi come i Fratelli Coppedè di Firenze e la “Casa Docrot” di Palermo, si differenziano perché ispirati a stili diversi, dall’antichità classica al rococò veneziano. Il tentativo è quello di ricreare a bordo suggestioni e atmosfere “italiane”, per venire incontro al gusto dei passeggeri stranieri.

E’ solo intorno agli anni Trenta, soprattutto sulle pagine della rivista “Domus” diretta da Giò Ponti, che si prospetta l’esigenza di concepire la nave, nel suo insieme, secondo un progetto unitario e coerente. L’architettura navale può finalmente dirsi “moderna” e, nel secondo dopoguerra, essa diventa un campo di sperimentazione per l’applicazione delle moderne teorie dell’Industrial Design, di cui l’Italia è leader. Nella nuova concezione della nave, l’opera d’arte, come pezzo unico e irripetibile, si contrappone al “bello” riproducibile dell’arredo. La città galleggiante diventa “galleria d’arte itinerante”, arricchendosi delle opere dei più famosi artisti italiani contemporanei. Sul catalogo che illustra le collezioni delle unità gemelle “Michelangelo” e “Raffaello” si legge “che un viaggio su queste navi può a buon diritto essere considerato un po’ come un viaggio in Italia”.

Ed è proprio a bordo della “Raffaello”, tra opere di Capogrossi, Severini, Ridolfi e Luzzati, che  è esposta una tela del pittore ischitano Vincenzo Colucci (1898 – 1970). Nella galleria – pinacoteca che collega i Saloni delle Feste e di Soggiorno di Prima Classe con quelli di Classe Cabina, tra la “Donna a fiori” di Domenico Purificato e il “Sogno di un marinaio” di Mino Maccari, lo splendido “Porto d’Ischia”.

 

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